Economia Internazionale

I PROBLEMI DELLA SOVRANITA’ MONETARIA, DEL DEBITO ESTERO,

DEI PAGAMENTI INTERNAZIONALI, E LE LORO SOLUZIONI

Baranzini M.* e Cencini A. (2001). Prefazione, in S. Rossi, Money and Inflation. A New Macroeconomic Analysis, Cheltenham (UK) & Northampton (USA), Edward Elgar, pp. xix-xxvii.

Traduzione a cura di Andrea Carrera.

*Professore ordinario di Economia politica. Dr. rer. pol. (Friborgo), MA e DPhil (Oxford). Ha svolto per lunghi periodi ricerca in varie università (fra cui Harvard, Berkeley, MIT e Stanford). Dal 2011 è Socio Straniero dell’Accademia nazionale dei Lincei di Roma nella Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche.

 

Il disordine monetario mondiale

L’attuale sistema monetario internazionale deriva direttamente dal sistema creato a Bretton Woods nel 1944. Nonostante successive modifiche al gold-exchange standard – in particolare la decisione di sospendere la convertibilità aurea del dollaro statunitense nel 1971 – le transazioni economiche fra i paesi sono ancora effettuate in dollari o in alcune altre monete dette “di riserva”. Non esiste un vero sistema di regolamenti internazionali, e nessuna moneta internazionale ha sostituito il dollaro degli Stati Uniti. In un tale contesto, è legittimo chiedersi come e se l’omogeneità monetaria possa essere raggiunta internazionalmente. Ciò significa chiedersi se i tassi di cambio possano essere definiti come i prezzi relativi delle monete nazionali e determinati attraverso l’aggiustamento della loro offerta e domanda. In realtà, se fosse possibile determinare i prezzi relativi dei beni e dei servizi tramite il loro scambio diretto sul mercato dei prodotti, sarebbe naturale ricercare la determinazione dei tassi di cambio sul mercato monetario. Ma, è realmente così? Una risposta affermativa significherebbe che, sul piano internazionale, le monete nazionali sono trasformate da mezzo in oggetto di scambio. È vero però che la moneta è la misura numerica nella quale sono espressi i prezzi e, di conseguenza, essa non può avere un prezzo. Questa “verità” all’apparenza semplice sembra sia stata trascurata o per lo meno sottovalutata dall’analisi economica tradizionale. Il risultato è la sua incapacità di capire la realtà e di fornire una valida soluzione all’instabilità che vizia il sistema internazionale dei pagamenti.

Contrariamente a quanto si assume nella maggioranza dei modelli che pretendono di spiegare le fluttuazioni del tasso di cambio, l’analisi quantica dell’economia monetaria mostra come la variazione dei tassi di cambio non dipenda dai tassi di interesse o dagli squilibri commerciali o finanziari tra i paesi. Il fatto è che, con l’unica eccezione del pagamento degli interessi sul debito estero, le transazioni internazionali implicano transazioni reciproche tra paesi, una condizione necessaria e sufficiente a garantire l’equilibrio sul mercato monetario. Ad esempio, consideriamo il caso in cui un paese, A, è un importatore commerciale netto rispetto al resto del mondo, R. Due situazioni sono possibili. Se A è un paese con una moneta “di riserva” sul piano internazionale, le sue importazioni nette sono pagate accreditando il sistema bancario del resto del mondo, R, con un deposito bancario espresso nella moneta di A. Il flusso netto di beni e servizi è quindi bilanciato da un’equivalente emissione di titoli di credito sui depositi bancari nella moneta di A. La domanda di moneta R (MR) in termini di moneta A (MA), dovuta alle importazioni commerciali nette di A, è bilanciata da un’equivalente domanda di moneta A in termini di moneta R, lasciando inalterato il tasso di cambio tra MA e MR. Se A invece non è un paese a moneta di riserva, dovrà pagare le sue importazioni nette in moneta R, che otterrà attingendo alle proprie riserve ufficiali oppure ottenendo un prestito da R. Poiché le riserve ufficiali sono usate in realtà per altri scopi (principalmente per rassicurare gli investitori stranieri e per consentire alle banche centrali di intervenire sul mercato), è tramite un prestito che A riceve la somma necessaria di MR per pagare le sue importazioni commerciali. Ora, il prestito è ottenuto esportando una somma equivalente di titoli di credito finanziari. A causa del credito netto ottenuto da R, A contrae un debito, che è precisamente il risultato della sua vendita netta di titoli di credito finanziari. Come nel caso precedente, l’acquisto netto di beni reali e servizi è bilanciato dalla vendita netta di titoli finanziari, senza che abbia luogo una variazione dei tassi di cambio fra MA e MR.

Il pagamento delle esportazioni commerciali e finanziarie nette di A porta allo stesso risultato: la reciprocità di ogni transazione lascia inalterati i tassi di cambio. Ciò non significa, però, che i pagamenti internazionali siano effettuati in maniera logicamente ordinata. Dal primo caso sopra analizzato emerge chiaramente il contrario. Al momento del pagamento delle sue importazioni commerciali nette, un paese con una moneta di riserva espone questa moneta a un processo di duplicazione che porta alla creazione di un capitale internazionale speculativo. Dapprima sviluppata da Rueff (1979), questa analisi delle cosiddette euro- (o xeno-) monete è un elemento chiave nella spiegazione della imprevedibilità delle fluttuazioni dei tassi di cambio. Riassumiamo brevemente i principali passaggi logici dell’analisi. Il pagamento da parte di un paese con moneta di riserva, A, delle sue importazioni commerciali nette implica il trasferimento ai paesi esportatori, R, di diritti di credito sui depositi bancari di A. Come mostrato dalla contabilità a partita doppia, non una singola unità del reddito formato in A viene trasferita a R. Il credito registrato alla colonna degli attivi del sistema bancario di R significa che una parte dei depositi bancari in A sono ora posseduti da R. I depositi stessi, però, sono ancora interamente presenti nel sistema bancario di A. Dunque, ciò che R guadagna è la proprietà di un deposito che rimane disponibile in A. Ora, il fatto è che l’ammontare di moneta A registrato nel sistema bancario di R diventa autonomo rispetto al suo corrispondente deposito in A. Come posto in evidenza da Rueff, la moneta di A è sottoposta a una duplicazione dal momento in cui essa è simultaneamente disponibile in A e all’estero. Inoltre, mentre i depositi bancari in A definiscono il reddito corrente di A, il doppione investito all’estero non ha contenuto reale di alcun genere.

Permettendo alla duplicazione di aver luogo e al doppione di diventare autonomo rispetto ai depositi bancari iniziali, l’attuale architettura per i pagamenti internazionali permette la formazione di un capitale la cui natura è essenzialmente speculativa. Senza alcun collegamento alla produzione, questo capitale nutre un mercato speculativo nel quale le monete nazionali diventano oggetto del commercio e i loro tassi di cambio dipendono direttamente dalla offerta e dalla domanda. Come accade con i beni, le xeno-monete sono vendute e acquistate; anche se, contrariamente a quanto accade con i beni, il loro prezzo non è correlato al loro costo di produzione. Inoltre, essendo meri doppioni, le xeno-valute non contengono alcuna produzione. Nonostante questa mancanza di relazione oggettiva con la produzione, le xeno-monete sono oggetti autonomi di commercio sul mercato dei cambi. Ciò che rende speculativo il carattere di questo mercato non è il tipo di transazioni con le quali esso ha a che fare (alcune delle quali non sono per nulla speculative), ma il fatto che la sua esistenza profonda è dovuta al processo patologico di duplicazione che trasforma le monete da mezzi in oggetti del pagamento. La speculazione è l’effetto e non la causa del capitale speculativo, che è la diretta conseguenza della duplicazione delle monete. Non appena le monete sono trasformate in oggetti di scambio, i loro tassi di cambio variano a seconda delle loro vendite e dei loro acquisti, e la speculazione ha origine nella speranza di ottenere guadagni in conto capitale da queste variazioni. Non sorprende, così, che questo tipo di speculazione diventi la principale causa delle fluttuazioni dei tassi di cambio, che, a loro volta, diventano il principale incentivo della speculazione.

Non c’è alcun modo di sottrarci a questo circolo vizioso? Può essere stabilito l’ordine monetario a livello internazionale? L’analisi quantica della moneta fornisce l’indicazione per una riforma che conduca a questo risultato. Prevista dal piano Keynes (Bretton Woods, 1944), la riforma proposta da Schmitt e dai suoi sostenitori mira a trasformare l’attuale sistema dei tassi relativi di cambio in un sistema di tassi assoluti di cambio. Da un regime in cui le monete sono scambiate l’una contro l’altra, dobbiamo passare a un regime in cui ogni moneta sia scambiata contro sé stessa, cioè, un sistema dove ogni volta che la moneta di A è scambiata con moneta di R, MR è immediatamente scambiata con MA. Lungi dall’essere strano, questo principio è l’unico conforme alla natura contabile della moneta bancaria e al suo uso istantaneamente circolare. Se esplicitamente applicato alle transazioni commerciali e finanziarie fra i paesi, esso evita la duplicazione e allo stesso tempo garantisce la stabilità dei tassi di cambio. Quindi, il passaggio dal disordine all’ordine monetario internazionale richiede la creazione di una struttura che permetta alle transazioni internazionali di avere luogo tramite dei cambi assoluti. Questo potrebbe essere fatto attraverso il suggerimento di Keynes di permettere che una ‘banca mondiale’ emetta una nuova valuta internazionale e che agisca sia come intermediario monetario sia come stanza di compensazione.

Ad esempio, consideriamo il modo in cui il pagamento delle importazioni commerciali nette di A andrebbe effettuato. Essendo fondamentale il principio dello scambio reciproco per assicurare l’uso circolare della moneta, esso deve essere applicato anche dalla nuova banca mondiale, la quale, secondo le regole del clearing, potrebbe effettuare il pagamento di A solo se A fosse il beneficiario di un equivalente pagamento dal resto del mondo, R. Nel nostro esempio, la nuova banca mondiale effettuerebbe il pagamento dell’acquisto commerciale netto di A sono qualora A vendesse un ammontare equivalente di titoli a R. La moneta internazionale emessa dalla nuova banca mondiale sarebbe perciò usata simultaneamente per trasferire beni e servizi da R ad A, e titoli di credito finanziari da A a R. Lo scambio reciproco di attivi commerciali e finanziari avrebbe luogo tramite l’uso circolare della nuova moneta internazionale, che, come ogni altra moneta bancaria, rifluirebbe istantaneamente al suo punto di emissione. Permettendo alla nuova moneta internazionale di essere usata in un circuito istantaneo, il nuovo sistema garantirebbe anche la stabilità dei tassi di cambio fra MA e MR.

Ogni moneta nazionale sarebbe scambiata con sé stessa, tramite l’intermediazione della nuova moneta internazionale. Dopo essere scambiata con la nuova moneta internazionale e spesa per pagare le importazioni commerciali di A, la moneta di A tornerebbe immediatamente alla sua forma iniziale, data la perfetta reciprocità delle transazioni tra i paesi. Come risultato, una sostituzione avrebbe luogo fra i beni e i servizi esportati da R e i titoli esportati da A. Tramite il cambio assoluto, i beni e i servizi venduti da R diventerebbero il contenuto della moneta di A, mentre i titoli esportati da A prenderebbero la forma della moneta R. Il nuovo sistema dei regolamenti internazionali garantirebbe dunque il pagamento finale di ogni transazione tramite l’uso circolare di una moneta – la nuova moneta internazionale – che non sarebbe mai trasformata in un prodotto finale. Sostituendo l’odierno regime di tassi relativi di cambio con uno di tassi assoluti di cambio, ciò impedirebbe anche la duplicazione delle monete nazionali e garantirebbe la stabilità monetaria sul piano internazionale.

L’unificazione monetaria europea

Non sorprende che un altro problema affrontato dalla nuova analisi quantica dell’economia monetaria riguardi il processo europeo di unificazione monetaria.

Come noto, secondo gli accordi sottoscritti dai paesi dell’Unione Europea (con le importanti eccezioni di Danimarca e Regno Unito), molte delle loro monete nazionali sono state sostituite definitivamente dall’euro a cavallo del terzo millennio. Attraverso la spontanea rinuncia alla loro sovranità monetaria, i paesi della UE mirano a raggiungere la stabilità monetaria, un risultato che è sempre sfuggito loro a causa delle imprevedibili fluttuazioni dei tassi di cambio (con riferimento a ciò, si ricordi il drammatico collasso del Sistema Monetario Europeo nel 1992). Ora, mentre è ovvio che se una singola moneta sostituisce un numero di moneta nazionali essa sopprime anche i loro tassi di cambio, deve essere ancora dimostrato (a) che gli effetti negativi dell’abbandono della sovranità monetaria non superino i vantaggi dell’abbandono dei tassi di cambio; e (b) che la stabilità dei tassi di cambio non si raggiunga senza obbligare i paesi ad abbandonare le loro monete nazionali. Si considerino questi due punti in tale ordine.

Fortemente voluti dalla Germania e dai paesi con essa confinanti, i criteri di Maastricht per la convergenza economica non sembrano avere avuto un impatto decisivo sul processo di unificazione monetaria. Il Trattato di Maastricht sottovaluta le possibili conseguenze negative delle importanti differenze ancora esistenti fra i paesi dell’UE, e la persistente svalutazione dell’euro è vista più come il risultato di un assalto speculativo alla moneta europea che non come un segno di fragilità. Un importante punto che sembra essere stato largamente ignorato, se non completamente abbandonato, è il fatto che l’unificazione monetaria porti alla completa libera circolazione dei capitali. Ciò può sembrare strano, dal momento in cui la libera circolazione dei capitali è stata considerata come un obiettivo chiave dell’integrazione europea già prima degli accordi sull’unificazione monetaria. Una attenta analisi mostra però che il capitale è libero di circolare solo all’interno dello ‘spazio’ monetario di ogni singolo sistema bancario. In altre parole, la sovranità monetaria permette al capitale di muoversi liberamente entro i confini nazionali, ma ne previene il movimento da un paese all’altro. Questo incredibile risultato è una conseguenza diretta della contabilità a partita doppia. Emesse dalle banche, la moneta torna istantaneamente al suo punto di origine ogni volta che il pagamento è effettuato. Ne consegue che l’intero ammontare di reddito formato dalla produzione è necessariamente depositato nelle banche (domestiche) che ‘monetizzano’ la produzione nazionale. Avendo origine dal reddito, il capitale è perciò anche un deposito bancario. Ora, è impossibile che anche solo una frazione dei depositi bancari formati in un dato paese sia trasferita in un altro paese, quando esistono delle frontiere monetarie tra di essi. Dato che l’analisi scientifica è spesso ostacolata da incomprensioni, cerchiamo di chiarire l’ultima asserzione. La fuoriuscita di capitali è sempre stata considerata come un trasferimento di capitale fra paesi, poiché gli agenti sono ovviamente liberi di chiedere alle loro banche di trasferire i loro depositi all’estero. Com’è possibile, allora, sostenere che non un singolo centesimo lasci il sistema bancario dal quale ha origine? La risposta va basata sulla natura della moneta bancaria. Se la moneta è definita come un deposito bancario, è logicamente impossibile prelevarla da un sistema bancario e trasferirla in un altro. Che cosa succede, allora, quando un agente chiede alla sua banca di trasferire il suo capitale all’estero? Contrariamente a quanto è implicito nella parola ‘trasferimento’, nessun capitale lascia il suo paese di origine. Il conto del nostro agente è in realtà addebitato dalla sua banca, B1, che gli rilascia in cambio la proprietà di un deposito bancario formato in un altro paese. Il suo capitale iniziale rimane interamente depositato nella banca B1 ed è scambiato con un titolo di credito nei confronti di un capitale straniero depositato all’estero. Questo è anche ciò che accade nel caso della fuoriuscita di capitale. Contrariamente a ciò che l’espressione suggerisce, nessun capitale nazionale è perso dal paese i cui residenti trasferiscono i loro capitali in un altro paese. Questo non significa che non si incorra in alcuna perdita, ad esempio da parte delle autorità fiscali nazionali. Se i residenti riescono con successo a sottrarre clandestinamente i loro capitali ai loro esattori, essi causano ovviamente un danno all’erario del loro paese di origine. Tuttavia, i loro capitali non lasciano il sistema bancario nel quale sono depositati. Persi dallo Stato, questi capitali sono ancora disponibili entro il sistema bancario nazionale.

Le implicazioni di questa analisi della fuga dei capitali sono considerevoli. In particolare, sembra che i confini nazionali siano una barriera efficiente contro i movimenti di capitale solo se essi si basano sulla sovranità monetaria. Quando la sovranità monetaria è negata, un nuovo ‘spazio’ monetario è creato dove il capitale può liberamente muoversi da una regione all’altra. Una vera unione monetaria come quella che si suppone esista oggi a livello europeo causerebbe questo risultato, con la conseguenza non desiderata che i capitali si muoverebbero in massa dal sud al nord, aumentando drammaticamente il rischio di disoccupazione nel sud e causando pressioni inflazionistiche al nord. Messe sullo stesso piano dei loro competitori del nord, le imprese del sud non sarebbero in grado di sostenere i maggiori costi dei capitali da loro accumulati, e potrebbero presto essere obbligate a fusioni o a scomparire. Anche grosse imprese come Fiat, Seat o Renault potrebbero essere acquistate dai loro competitori tedeschi, con facili prevedibili conseguenze sulla disoccupazione. Il fatto è che, a causa di importanti differenze fra le economie nazionali, negli ultimi venti anni il processo di accumulazione del capitale si è svolto a costi diversi in Europa. Ora, il capitale accumulato porterà dei rendimenti a tassi diversi, a seconda del paese nel quale esso è stato formato. La diminuzione del tasso di profitto che colpirà le imprese del sud in seguito all’unificazione monetaria le obbligherà a ridurre drasticamente i loro costi di produzione. Per stabilire se un processo del genere è già in atto o se si tratta di un rischio puramente immaginario, bisogna verificare se l’Unione monetaria europea ha effettivamente portato all’adozione di una moneta unica. Per quanto sorprendente, la risposta è negativa per la semplice ragione che manca ancora un sistema di compensazione dei pagamenti tra i paesi membri gestito dalla Banca centrale europea. Il sistema di regolamento in tempo reale e su base lorda delle transazioni europee (TARGET) è gestito dalle banche centrali dei vari paesi membri e i pagamenti tra paesi (tra i loro residenti) vengono effettuati tramite le loro banche centrali. In assenza di un intervento della BCE come stanza di compensazione di tutti i pagamenti tra paesi membri, le monete nazionali non possono essere rese omogenee. Ciò significa che, di fatto, il cambiamento avvenuto con l’unione monetaria è stato puramente nominale. I paesi della zona euro non hanno sostituito la loro moneta nazionale con una moneta unica europea, ma si sono limitati a cambiare il nome della loro moneta nazionale. Esistono così euro diversi all’interno di ogni paese che ha aderito all’unione monetaria. Constatiamo quindi l’esistenza di una situazione assurda per cui i paesi hanno rinunciato alla sovranità monetaria pur non avendola persa.

Il mantenimento della sovranità monetaria sarebbe stato rafforzato dall’osservazione che la stabilità dei tassi di cambio potrebbe essere raggiunta senza sostituire le monete nazionali con una unica moneta europea. Il nostro commento riguardante il piano di Keynes di una riforma monetaria trova fruttuose applicazioni in questo contesto. Lo stesso risultato al quale i paesi dell’UE mirano attraverso l’unificazione monetaria può essere raggiunto in un altro modo, evitando il rischio di ogni drammatica conseguenza sull’occupazione.

Per garantire la stabilità monetaria sarebbe sufficiente, infatti, chiedere alla Banca centrale europea di usare l’euro fra i paesi membri e di agire come Clearing House europea. Infatti, l’Unione europea ha la grande opportunità di implementare un sistema che accrescerebbe gli scambi commerciali fra i suoi paesi membri, permettendo a ognuno di essi di usare le politiche monetarie e fiscali meglio adatte ad assicurare la convergenza economica fra di essi. La BCE già esiste e sarebbe semplice organizzarla in modo tale da farle assumere il ruolo che Keynes previde per la sua International Clearing Union. I principi del clearing sono ben conosciuti, e il sistema di regolamento lordo in tempo reale esistente a livello nazionale potrebbe essere applicato senza difficoltà nel contesto del TARGET europeo. Speriamo che la ragione prevalga, così che l’Unione europea possa uscire da una situazione disperata, caratterizzata dal drastico aumento della disoccupazione.

Pagamento dell’interesse sul debito estero

Un’altra pista d’indagine sviluppata dalla nuova analisi quantica della moneta riguarda il pagamento dell’interesse sul debito estero da parte dei paesi che non hanno una moneta di riserva. La principale conclusione raggiunta dalla teoria quantica a questo riguardo è che i paesi indebitati sono costretti a pagare due volte l’ammontare dell’interesse dovuto sul loro debito estero. Si tratta certo di una asserzione poco convenzionale che non può essere spiegata in poche righe. Notiamo semplicemente in questa sede che il pagamento dell’interesse non raddoppierebbe mai in un mondo in cui le monete nazionali fossero rese omogenee tramite un sistema simile al piano di Keynes per la creazione di una Clearing Union internazionale (Plan for the Establishment of an International Clearing Union – Keynes, 1980). La mancanza di un sistema dei pagamenti internazionali conforme alla natura scritturale della moneta bancaria costringe i paesi meno sviluppati a procurarsi onerosamente il ‘veicolo’ dei loro pagamenti esteri. L’acquisto dei mezzi di pagamento ha un costo positivo netto solo quando i pagamenti sono unilaterali, ciò che è il caso dei pagamenti dell’interesse sul debito estero. Per definizione, i pagamenti di questo interesse sono trasferimenti che sfociano in un doppio addebito poiché i paesi indebitati devono sostenere sia un pagamento reale sia un pagamento monetario. Infatti, innanzitutto essi trasferiscono parte del loro prodotto nazionale ai paesi creditori, per ottenere una determinata somma di monete di riserva. In più, essi devono cedere una parte delle loro riserve per pagare gli interessi sul debito estero. Ora, mentre il ‘pagamento’ reale è perfettamente legittimo (avendo diritto i creditori a parte del reddito generato dal loro investimento iniziale), il secondo pagamento è interamente ingiustificato.

Ciò che è sbagliato nell’attuale sistema dei pagamenti internazionali non è il fatto che i paesi indebitati paghino i loro creditori nella misura delle esportazioni nette, ma il fatto che essi devono anche coprire i costi generati dal trasferimento unilaterale di una parte del loro reddito nazionale. Essendo obbligati a pagare con una moneta straniera, i paesi meno sviluppati che sono indebitati evitano la perdita della parte corrispondente del loro reddito nazionale solamente se accettano una equivalente riduzione delle loro riserve ufficiali o tramite un aumento del loro debito estero. Nel complesso, il pagamento di x unità di interesse costa loro 2x unità, due volte l’ammontare dovuto ai (e ottenuto dai) loro creditori. In verità, il secondo pagamento non è effettuato a favore dei creditori, ma a favore della cosiddetta ‘bolla finanziaria’. Ciò significa che il pagamento dell’interesse fra paesi può essere propriamente capito soltanto sul piano macroeconomico. Da un punto di vista microeconomico, il pagamento dell’interesse definisce un trasferimento di reddito dai debitori ai creditori. Questo è precisamente ciò che accade quando l’interesse è pagato all’interno di un paese. Le cose cambiano radicalmente quando i pagamenti avvengono attraverso le frontiere monetarie. In tal caso, il trasferimento di reddito fra debitori nazionali e creditori esteri non può più essere fatto senza la conversione tra una somma di moneta nazionale e la corrispondente somma di moneta estera. Per semplificare, il paese indebitato, i cui residenti devono pagare gli interessi ai creditori stranieri, cede un ammontare equivalente di divise ottenute attraverso le sue esportazioni commerciali nette. Ora, sebbene sia vero che parte del reddito generato entro un paese indebitato, A, dall’iniziale investimento straniero sia dovuto ai paesi creditori, R, sarebbe sbagliato asserire che A debba pagare R non solo cedendo parte del proprio reddito nazionale, ma anche un equivalente ammontare di moneta estera. Avendo trasferito a R una porzione dei suoi guadagni esteri derivanti dalle sue esportazioni, A dovrebbe essere liberato da ogni ulteriore obbligazione. Se questo non avviene, è perché il sistema odierno dei pagamenti internazionali non permette la conversione a costo zero del pagamento effettuato dai residenti indebitati di A in quello effettuato dal loro paese. È a livello macroeconomico che le cose vanno male. I residenti indebitati pagano una volta, come richiesto, e il loro paese è costretto a pagare una seconda volta perché il trasferimento unilaterale dell’interesse crea un ‘buco monetario’ nell’economia di A. La conseguenza del trasferimento unilaterale di A a favore di R è che una parte equivalente delle esportazioni commerciali di A è data gratuitamente a R. Dunque, il pagamento dell’interesse da parte dei residenti indebitati di A comporta un non-pagamento delle esportazioni commerciali di A a cui corrisponde una equivalente riduzione nelle riserve ufficiali di A. Questo secondo addebito dell’interesse sul debito estero si aggiunge immediatamente al pagamento reale degli interessi – il libero trasferimento a R di parte del prodotto nazionale di A – comportando quindi un doppione dell’addebito totale, che ricade sia sul paese A sia sui suoi residenti. Ancora una volta, mentre il pagamento reale impedisce che le esportazioni accrescano le riserve ufficiali di A, il pagamento monetario dell’interesse richiede una seconda misura di esportazioni che non sono pagate da R, e che causa un deficit monetario. Questo deficit è successivamente coperto tramite una riduzione delle riserve ufficiali di A.

Se il pagamento dei residenti indebitati fosse l’unico pagamento richiesto dal servizio del debito estero, il paese A agirebbe come un semplice intermediario. Esso riceverebbe il reddito domestico speso dai suoi residenti e trasferirebbe un equivalente reddito estero ai creditori stranieri. La conversione di moneta nazionale in moneta estera avverrebbe a costo zero, e l’unico addebito per il pagamento dell’interesse sarebbe l’ammontare delle esportazioni commerciali necessarie a pagare i creditori del paese R. Il pagamento dell’interesse implicherebbe un unico addebito per A solo se un sistema di clearing internazionale permettesse ai paesi di effettuare gratuitamente la conversione delle loro monete nazionali. In altre parole, il pagamento dell’interesse sarebbe normale se esso fosse inserito in un sistema di transazioni reciproche fra i paesi. Come già suggerito da Keynes negli anni 1940, un tale sistema non è teso a limitare le transazioni economiche. Al contrario, esso ambisce a fornire una struttura monetaria che permetta ai pagamenti internazionali di essere svolti senza causare alcun disordine monetario, cioè senza provocare fluttuazioni dei tassi di cambio e senza obbligare i paesi indebitati a pagare due volte l’interesse maturato sul loro debito estero. La teoria quantica della moneta presentata brevemente in questa sede fornisce una analisi dettagliata di come il sistema dei pagamenti internazionali dovrebbe essere ristrutturato al fine di raggiungere questo risultato.

La riforma offrirebbe inoltre una soluzione pratica che permetterebbe a ogni singolo paese di proteggere sé stesso dal secondo pagamento dell’interesse sul debito estero. Se adottata, questa soluzione ridurrebbe il pagamento del debito estero a un singolo pagamento, che porterebbe i paesi indebitati a guadagnare l’equivalente dall’interesse pagato ai loro creditori. Ad esempio, nel 1998, il Messico avrebbe risparmiato 12,589 miliardi di dollari, l’Argentina 8,976 miliardi di dollari e il Brasile 12,465 miliardi di dollari. Ciascuno di questi paesi avrebbe avuto dunque a disposizione una somma che in realtà è andata persa nel ‘buco nero’ del debito estero. L’ingiustificata riduzione delle riserve ufficiali sofferta dai paesi indebitati nel presente ‘non-sistema’ dei pagamenti internazionali è equivalente ai loro pagamenti dell’interesse, ed è la misura della perdita registrata da ciascuno dei loro ministeri del Tesoro. La riforma proposta da Bernard Schmitt e dalla sua scuola impedirebbe a tutto ciò di accadere nuovamente.

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