Economia Nazionale

L’origine dell’inflazione, della deflazione, della disoccupazione e le soluzioni contabili a livello bancario

Secondo l’analisi quantica, se la riforma contabile bancaria per l’istituzione di tre dipartimenti nei quali registrare correttamente le diverse operazioni di pagamento non avrà luogo, le misure economiche di austerità, adottate dai Governi democratici più virtuosi col fine di aumentare l’equità sociale e di stimolare i consumi, posticiperanno forse il momento in cui la crisi raggiungerà la sua espansione massima, ma non eviteranno il suo sopraggiungere; l’inflazione e la deflazione continueranno in ogni caso a crescere, causando una perdita di potere di acquisto della moneta e l’aumento della disoccupazione patologica. Ciò potrebbe essere facile motivo di delusione nei confronti di tali misure, foriera di sentimenti nazionalistici e autoritari. Senza l’applicazione della divisione contabile nei tre dipartimenti bancari, secondo l’analisi quantica, fino a un terzo della popolazione sarà vittima della disoccupazione patologica, e le economie nazionali dei Paesi industrializzati non avranno più alcun margine di uscita. Non essendo più possibile accumulare nuovo capitale fisso, come accadde alla fine degli anni 30 del ventesimo secolo, le conseguenze della crisi rischieranno di essere imprevedibili e conflittuali.

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Alvaro Cencini, Lugano (Svizzera), giugno 2012

Spesso si assume implicitamente che gli eventi economici possano essere compresi con l’osservazione diretta. Ciò potrebbe essere una delle ragioni per le quali l’analisi economica è condotta in termini prevalentemente microeconomici. L’analisi monetaria non fa eccezione. Sebbene concetti quali il reddito, il risparmio, l’investimento, l’interesse e il capitale siano per lo più considerati a livello nazionale, essi sono prevalentemente concepiti mediante un processo di aggregazione dei loro componenti microeconomici. Se, come ampiamente creduto, la macroeconomia fosse semplicemente il risultato di un tale processo aggregato, le variabili microeconomiche sarebbero l’unico oggetto rilevante dell’investigazione economica.

Tuttavia, ciò non implica che gli economisti debbano limitare la loro analisi all’osservazione diretta. In particolare, questo non permetterebbe loro di definire la moneta secondo la sua peculiare natura immateriale. Anche a livello microeconomico, la moneta rimane una forma numerica emessa dal sistema bancario. Un punto importante della nostra analisi è perciò il fatto che l’economia monetaria richiede un’analisi rigorosa che vada oltre la mera osservazione fattuale e che sia fondata su una chiara comprensione della natura bancaria della moneta moderna.

Un altro punto centrale è il fatto che, in disaccordo con quanto accade sia nel caso dell’analisi micro- che nel caso della tradizionale analisi macroeconomica, il concetto di equilibrio non gioca nessun ruolo fondamentale.

Invero, la profonda idea di un equilibrio monetario contrasta sia con la natura bancaria della moneta sia con la definizione di reddito moneta. Un equilibrio è una condizione (più o meno) stabile nella quale forze distinte e opposte si bilanciano fra loro. Dunque, un equilibrio monetario è un concetto che presuppone l’esistenza della domanda e dell’offerta di moneta come due distinte forze opposte. Ma, se la domanda e l’offerta di moneta definiscono due forze opposte, è necessario che la moneta esista indipendentemente dalla produzione. E’ solo in questo caso, e a condizione che essa abbia un proprio valore positivo, che la moneta può essere detenuta come un attivo netto. Il lettore riconoscerà qui l’assunzione fatta dai teorici neoclassici e conosciuta nella letteratura economica come dicotomia classica. Ora, la moderna analisi monetaria mostra che questa dicotomia è una manifestazione della vecchia concezione della moneta come bene fisico. Una volta compreso che la moneta è emessa come una semplice forma numerica, è facile osservare che il suo valore deriva dalla sua integrazione con la produzione corrente. Quindi, la moneta reddito – il risultato di questa integrazione – non esiste separatamente dalla produzione corrente. Infatti, la moneta reddito è produzione corrente e la produzione corrente è moneta reddito, due espressioni che descrivono gli aspetti gemelli di un unico e solo oggetto. Ciò essendo, dovrebbe essere chiaro che l’offerta totale (produzione) e la domanda totale (moneta reddito) non possono più essere concepite come due entità autonome. Il concetto di equilibrio o uguaglianza condizionale deve perciò essere sostituito con quello di identità. Allo stesso modo, non possiamo più considerare l’offerta di moneta reddito come un concetto distinto dalla sua domanda. Non appena un reddito positivo appare nell’economia, esso definisce un’offerta (della produzione corrente con la quale si identifica) e una domanda equivalente. Inoltre, a causa della natura bancaria della moneta, il reddito è fin da subito necessariamente depositato nel sistema bancario, ovvero necessariamente domandato (dagli agenti all’attivo del bilancio delle banche) e offerto (dagli agenti al passivo). La contabilità a partita doppia è uno strumento rigoroso che non lascia spazio ad aggiustamenti ipotetici fra l’offerta e la domanda né ad alcuna analisi basata sul concetto di equilibrio.

L’identità fra la moneta reddito e la produzione affetta la tradizionale distinzione fra micro- e macroeconomia. Infatti, ogni singolo processo di produzione dà origine a un nuovo reddito positivo (prodotto) e deve quindi essere considerato come un evento macroeconomico anche se esso viene condotto da una singola unità produttiva.

In queste condizioni non ha più alcun senso considerare il numero o la dimensione degli agenti economici come criterio discriminante fra gli eventi micro- e macroeconomici. Un principio più rigoroso, per primo proposto da Schmitt, consiste nel considerare come macroeconomici tutti gli eventi che modificano la situazione del sistema economico nel suo insieme e come microeconomici quegli eventi che modificano la situazione di un numero di agenti economici ma che non alterano quella del loro insieme. Come già citato, la produzione è un esempio di evento macroeconomico, poiché ogni nuova produzione dà origine a un reddito che aumenta la ricchezza dell’intero sistema economico (come il concetto di reddito nazionale chiaramente suggerisce).

Al contrario, l’acquisto di attivi finanziari è una transazione microeconomica anche se essa è effettuata da un gran numero di possessori di reddito, dal momento in cui ciò semplicemente modifica la distribuzione di reddito nazionale fra gli agenti economici senza alterare il suo ammontare.

Riferendosi alla teoria microeconomica della domanda e dell’offerta, la teoria non-Walrasiana della formazione dei prezzi, la teoria della efficient rationing e tutte le altre teorie che sono state elaborate recentemente dagli economisti dei ‘modelli’, Morishima non si fa scrupoli nel considerarle “come esempi di sovra-sofisticazione che arricchisce il mondo immaginario dei teorici” (Morishima 1992: 167). L’economista giapponese ha ragione. Gli economisti neoclassici hanno sviluppato sofisticati modelli privi di pertinenza con il mondo reale. Nonostante la loro sempre maggiore complessità matematica, tutti questi modelli soffrono degli stessi difetti, poiché essi sorgono dalla stessa assunzione di base, i.e. che la teoria economica è intrinsecamente assiomatica. La procedura propria della matematica e così spesso applicata in modo fruttifero alla fisica e ad altre scienze ‘esatte’ è stata estesa all’economia con l’assunzione arbitraria che gli eventi economici possano essere analizzati allo stesso modo degli eventi fisici. Ora, contrariamente a quanto accade nella fisica, il sistema economico è interamente un’entità creata dall’uomo. Questo significa che non un singolo elemento di questo sistema può essere preso come un assioma. Ma se tutto deve essere spiegato partendo da zero, allora l’analisi economica non può risultare dalla combinazione di un dato numero di assunzioni secondo una serie di relazioni assiomatiche.

L’analisi di Debreu è uno degli esempi più chiari del cammino seguito dalla maggior parte degli economisti contemporanei nella loro ricerca di una rigorosa teoria capace di guadagnare il rispetto dei ricercatori di altre scienze, più rinomate. La matematica è vista come uno requisito necessario per rigore e serietà e si pensa che il suo uso sia essenziale nella teoria economica persino a spese della sua fedeltà alla realtà.

“La lealtà al rigore obbliga alla forma assiomatica dell’analisi laddove la teoria, in senso stretto, è logicamente e interamente slegata dalle sue interpretazioni” (Debreu 1959: x). Davvero una strana lealtà al rigore, poiché essa permette la rottura ‘logica’ fra la teoria e la sua interpretazione economica. Debreu non sembra preoccuparsi del fatto che, affidandosi a tale punto alla matematica, costruisce una teoria assiomatica che non ha nulla a che fare con la realtà. Se avesse successo, il suo esercizio fornirebbe un nuovo campo per l’applicazione matematica, ma un campo rimosso senza speranza dal mondo economico reale. Logicamente, il tentativo neoclassico di determinare i prezzi relativi tramite lo scambio è destinato a fallire. L’economia politica è una scienza per sé stessa, capace di essere così rigorosa quanto ogni altra scienza esatta. Ma, non è mediante l’uso sistematico della matematica e dell’assiomatizzazione che questo fine sarà raggiunto. E’ la logica lo strumento più idoneo a dimostrare che i prezzi relativi sono necessariamente indeterminati ed è la realtà a obbligarci a riconoscere che il carattere specifico di un sistema economico è dato dalla presenza della moneta.

Ora, la moneta è un ‘oggetto’ molto peculiare, che troppo spesso è stata scambiata per un bene reale. Come è stato recentemente confermato dagli sviluppi della teoria bancaria, sarebbe anacronistico ed errato concepire la moneta come un oggetto materiale.

Ciò rende il discorso più chiaro se non più facile: la moneta è un’entità immateriale emessa dalle banche ogni volta in cui esse effettuano un pagamento a nome dei loro clienti. Riferendoci alla famosa distinzione economica fra stock e flusso, diremmo che la moneta è un flusso la cui circolazione istantanea ha uno stock di reddito (o capitale) come suo oggetto. Le banche creano il flusso, ma non il suo oggetto, che è strettamente relazionato con la produzione. Ciò vale a dire che la moneta e il credito non sono un’unica e sola cosa. Per poter concedere credito ai loro clienti, le banche necessitano di ‘coprirlo’ con un deposito positivo, cioè con un ammontare positivo di reddito o capitale. Contrariamente a quanto accade nella creazione di un semplice flusso (un veicolo numerico senza valore positivo), il reddito che le banche prestano non è di loro creazione. Correttamente utilizzata, la contabilità a partita doppia non permette la creazione di un reddito indipendentemente dalla produzione. Dunque, creando la moneta, le banche dotano semplicemente l’economia di un mezzo numerico di pagamento, essendo l’oggetto del pagamento derivato dall’associazione della moneta con la produzione corrente.

Secondo il monetarismo, la moneta è invece un attivo finanziario che permette che lo scambio venga suddiviso in una vendita e un conseguente acquisto. La moneta è perciò concepita come uno stock e l’offerta di moneta è vista come una quantità di questo stock, determinato, direttamente o indirettamente, dalle autorità monetarie. Ancora, se la moneta viene identificata con un attivo positivo, allora alle banche viene attribuito il potere straordinario di creare ricchezze dal nulla, il ché è una evidente assurdità. Nella realtà, le banche agiscono come intermediari monetari, ovvero la moneta è emessa come un flusso ogni volta che le banche effettuano un pagamento per conto dei loro clienti. Ciascun pagamento è una transazione tripolare che coinvolge una banca e due dei suoi clienti, transazione nella quale ciascuno dei tre agenti coinvolti è simultaneamente un acquirente e un venditore sui mercati del lavoro, dei beni e finanziario. Come una forma puramente numerica, la moneta non è mai parte di una vendita netta o di un acquisto netto e deve perciò essere chiaramente distinta dai depositi bancari, dalle attività finanziarie e dalle passività ascritte come stock nei libri mastri della banca e ciò può risultare solamente dall’associazione fra la moneta e il prodotto reale creato con la produzione.

L’idea di Knapp che la moneta sia essenzialmente la moneta dello Stato è dunque contraddetta dal fatto che, come ogni altro agente economico, lo Stato non può finanziare la sua spesa tramite la creazione di moneta, cioè, emettendo il suo proprio riconoscimento di debito. In un sistema logico (in opposizione a quello patologico), la spesa pubblica è vincolata all’ammontare di reddito che il governo può ottenere tramite la tassazione, i prestiti privati e la vendita di beni pubblici e di servizi, il ché significa semplicemente che, di nuovo come ogni altro agente, lo stato può finanziare i suoi acquisti solamente mediante vendite simultanee ed equivalenti sui mercati dei beni e finanziario. Ciò che si cela dietro la confusione fra moneta e reddito è il concetto di moneta credito e l’erronea convinzione che quando le banche creano moneta esse accordino un credito positivo all’economia. Questo è particolarmente chiaro in un’analisi monetaria di produzione proposta dai membri della cosiddetta ‘teoria del circuito’. Apparentemente inconsapevoli dell’assurdità implicita di sostenere che le banche possano creare attivi finanziari positivi dal nulla, questi economisti asseriscono che la produzione sia finanziata da una moneta-credito di nuova emissione che le imprese spendono per coprire i loro costi. La loro incomprensione della particolare natura della moneta bancaria porta loro a credere che “avendo accesso al credito bancario, le imprese beneficiano di un potere di acquisto quasi illimitato”  (Graziani 1996: 12, traduzione nostra). Ciò che manca completamente nella teoria del circuito è la natura ‘veicolare’ della moneta. La sua comprensione richiede di addentrarsi nel mondo delle grandezze puramente numeriche e della contabilità a partita doppia. Ciò che i ‘circuitisti’ e gli economisti post-keynesiani hanno chiaramente visto è che la moneta è moneta bancaria. Ciò che essi non hanno notato è che le banche creano una grandezza puramente numerica che è simultaneamente positiva e negativa, e che questa grandezza esiste solo istantaneamente, come un flusso circolare. Inoltre, la maggior parte di questi autori non tiene conto della particolare natura del lavoro e conclude condividendo la visione neoclassica che il lavoro non è altro che un fattore della produzione come altri. In realtà, come i Classici e Keynes ben sapevano, il lavoro è il solo fattore macroeconomico della produzione: mediante il pagamento dei salari viene data forma numerica alla produzione fisica ed è il pagamento dei salari all’origine di un reddito positivo. Il reddito è perciò uno stock (un deposito bancario) il cui valore è positivo, poiché esso definisce il contenuto reale della moneta – i beni prodotti – espresso in unità di salario.

La profonda natura della moneta bancaria è numerica. I beni reali e i servizi, dall’altro lato, sono fisici (sebbene non necessariamente materiali). Cos’è dunque la produzione?  Un processo di trasformazione che ha luogo continuamente o discontinuamente nel tempo cronologico? Da un punto di vista fisico, lo è. Ma questo non dovrebbe essere la preoccupazione principale di un economista. E’ da un punto di vista economico che gli economisti devono analizzare la produzione e, da questo punto di vista la produzione è il processo tramite il quale viene data forma monetaria alla produzione fisica. Essendo l’associazione fra moneta e produzione il risultato di un pagamento (istantaneo), la produzione stessa è un evento istantaneo.

Sorprendente come potrebbe sembrare di prim’acchito, va riconosciuto che questa è l’unica spiegazione compatibile con il fatto che ai beni fisici e ai servizi viene data forma numerica (la moneta) solamente mediante il pagamento dei loro costi di produzione. Tramite un processo di trasformazione fisica, le materie prime acquistano una nuova forma-utilità, ma è tramite un pagamento che i nuovi oggetti manifatturati vengono trasformati in beni economici.

La produzione e il consumo sono eventi di natura macroeconomica. Con la rilevante eccezione dell’approccio monetario di Keynes, la produzione è stata prevalentemente analizzata come un processo lineare (modelli austriaci sequenziali), come il risultato di un simultaneo aggiustamento (modelli dell’equilibrio generale) o come un processo circolare (modelli input-output). Come confermato dall’uso delle funzioni di produzione e dai metodi tecnici di produzione, in tutte queste analisi la produzione viene considerata come un processo di trasformazione fisica che può essere rappresentata da un insieme di relazioni funzionali o come una sequenza di fasi di fabbricazione.

Secondo questo ampio approccio, la produzione è perciò un processo di trasformazione effettuato da un certo numero di attori – normalmente registrati sotto il titolo di lavoro, capitale e ‘terra’ – i cui costi sono sostenuti dalle imprese. Ma allora non è possibile alcuna distinzione fra i costi sociali (macroeconomici) e i costi microeconomici della produzione: sia dal punto di vista aggregato e di ogni singola impresa, la produzione è un processo di trasformazione i cui costi derivano da differenti input che entrano nel processo. Una vera analisi macroeconomica della produzione è possibile solamente se al lavoro umano viene riconosciuto un diverso status concettuale rispetto agli altri fattori e se si smette di identificare la moneta con un attivo positivo. Secondo una moderna interpretazione dell’analisi monetaria di Keynes, la produzione è perciò  un processo economico che ha origine nel solo lavoro e che dà origine a un prodotto economico definito in unità di salario. Poiché il reddito si forma mediante l’associazione della moneta con l’output prodotto e poiché il reddito è lo specifico risultato della produzione, ne consegue che, da un punto di vista puramente numerico, la produzione è l’evento istantaneo (il pagamento dei salari) tramite il quale l’output prodotto viene emesso come un ammontare positivo di moneta-reddito. Nella sua definizione più rigorosa, la produzione è dunque uno scambio assoluto, poiché essa è la vera transazione mediante la quale l’output è trasformato in una somma di moneta-reddito, cioè tramite la quale il prodotto diventa l’oggetto di un deposito bancario. La natura macroeconomica della produzione segue immediatamente dal fatto che ogni singolo pagamento dei salari aumenta l’ammontare del reddito nazionale correntemente formato.

La natura economica della produzione emerge quando ci si riferisce ai profitti e alla loro definizione di un avanzo netto. A partire dai contributi di Quesnay, il profitto è stato identificato con un surplus, prodotto sia dalla natura (come sostenuto dai fisiocrati), dal lavoro (come affermato dai Classici) o dal processo di produzione stesso (Sraffa, Leontief e Pasinetti). L’esistenza di un prodotto netto interno al processo di trasformazione fisica è qualcosa di misterioso. Se della produzione viene considerata la sua natura fisica, non c’è alcuna giustificazione per cercare un avanzo reale. Valendo il principio di Lavoisier di trasformazione, nessuna differenza positiva può mai apparire fra output e input. Un’analisi critica del tentativo di identificare il profitto con un prodotto netto ci conduce a scegliere fra due alternative che si escludono l’una con l’altra. O sosteniamo che nessun prodotto netto possa mai essere formato nell’economia (che è dunque ridotta a una serie infinita di processi di trasformazione fisica) oppure se affermiamo che l’intero prodotto di un periodo sia un avanzo netto. In questo secondo caso, la produzione non viene considerata come un processo di trasformazione, ma come un vero evento economico nel quale il prodotto acquista la sua originaria forma economica. La teoria monetaria quantica avalla la seconda alternativa.

Per quanto riguarda il consumo, la sua natura macroeconomica appare chiaramente non appena viene identificato con la spesa finale di reddito, cioè con l’identità di Keynes fra offerta totale e domanda totale. In contrasto con le nozioni di funzione di consumo e di equilibrio difese dagli economisti convenzionali, l’analisi macroeconomica promossa in questa sede mostra che, come la produzione, il consumo concerne lo scambio assoluto fra moneta e output. Interpretato come la spesa effettuata per l’acquisto finale dei beni e servizi prodotti, il consumo è un istantaneo evento macroeconomico che definisce la distruzione di un reddito positivo.

Un altro argomento importante riguarda il problema dell’analisi macroeconomica del capitale e dell’interesse. Tralasciando l’idea neoclassica che il capitale sia un fattore di produzione alla pari con il lavoro e la terra, il capitale viene qui analizzato secondo i principi della teoria monetaria quantica della produzione. Nella sua prima e più generale forma, il capitale fa da ponte fra presente e futuro, cioè fra il momento in cui il reddito viene creato, t1, e il momento in cui viene finalmente speso (e distrutto), t2. Nell’istante in cui ha origine, il reddito corrente è dunque risparmiato e trasformato in capitale-tempo. Da t1  a t2 il reddito sopravvive come l’oggetto di un diritto finanziario che prende la forma di credito dei detentori di reddito nei confronti della banche e, simultaneamente, delle banche nei confronti delle imprese.

Nella sua forma più semplice, il capitale è perciò collegato solamente al flusso del tempo e al risparmio reversibile. Ora, la formazione di un capitale puramente macroeconomico richiede che il capitale-tempo sia trasformato in capitale fisso. Questo è ciò che accade quando il reddito risparmiato viene investito nella produzione di beni-capitale. E’ solamente quando il reddito viene investito, infatti, che avviene la trasformazione di parte del reddito corrente in una somma equivalente di risparmio macroeconomico. Investito nella produzione di beni strumentali, il reddito inizialmente trasformato in capitale-tempo è definitivamente sottratto dai mercati dei beni e finanziario e prende la forma di capitale macroeconomico, ovvero di un capitale che è diventato ‘fisso’ per la società nel suo insieme.

Strettamente costruita sull’identità keynesiana fra risparmio e investimento macroeconomici, l’analisi del capitale fisso è un passo necessario verso la comprensione dell’interesse. Erroneamente concepito come il prezzo della moneta o come il prezzo di equilibrio fra l’offerta e la domanda di liquidità, l’interesse sarebbe ancora una grandezza arbitraria se essa non venisse relazionata con l’accumulazione di capitale. Infatti, pure l’esistenza di un interesse positivo sui prestiti al consumo sarebbe difficile da giustificare se non fosse giustificata da un interesse positivo derivante dall’investimento macroeconomico (risparmio). Come acclamato da Wicksell, “l’interesse sui presiti al puro consumo […] parassitizza, per cosi dirla, su una delle grandi categorie di reddito sociale” (Wicksell 1997: 23-4, traduzione nostra). Questo significa che, relazionati con uno scambio fra un reddito presente e uno futuro, i prestiti al consumo si riferiscono al risparmio microeconomico e danno origine a un interesse che è anch’esso essenzialmente microeconomico. Essendo simultaneamente positivo per un agente e negativo per un altro, il pagamento dell’interesse sul prestito al consumo è una transazione a somma zero, che lascia inalterato l’ammontare di reddito sociale. In chiaro contrasto con la natura microeconomica dell’interesse sui prestiti al consumo, l’interesse sul capitale fisso è un reddito macroeconomico. Mediante l’investimento dei profitti (ossia la forma ‘capitalista’ del risparmio sociale), parte del reddito corrente si sottrae al consumo ed è trasformato in capitale fisso. Dunque, l’accumulazione del capitale fisso implica un sacrificio della società considerata come un insieme (risparmio macroeconomico) e l’interesse non è altro che la compensazione per questo sacrificio. L’investimento del risparmio (profitti) e la sua trasformazione in capitale macroeconomico definisce una perdita finale di reddito – che non è più disponibile sui mercati finanziario e dei prodotti – e l’interesse diventa la compensazione per questa perdita, un reddito che, periodo dopo periodo, sostituisce il risparmio inizialmente assorbito nella produzione di beni capitale-fisso.

Un importante risultato dell’analisi macroeconomica quantica del capitale è quello di mostrare che l’inflazione e la disoccupazione involontaria sono i risultati di un processo anomalo dell’accumulazione del capitale. Secondo gli economisti tradizionali, l’inflazione è dovuta a un aumento inatteso dell’offerta di moneta. I prezzi sono sia reali sia monetari. L’inflazione viene identificata con un processo di prezzi monetari continuamente crescenti causato da un aumento nella quantità di moneta che colpisce la domanda aggregata. Ora, una rapida crescita dell’offerta di moneta aumenta la domanda aggregata solamente se la moneta ha un valore positivo, cioè se essa viene emessa come un attivo positivo. Ma il valore della moneta è identificato con l’inverso del livello dei prezzi. La viziosa circolarità dell’approccio tradizionale è perciò palese: viene simultaneamente asserito che la moneta viene emessa già con un valore positivo e che questo valore dipende da un livello dei prezzi che dipende esso stesso dalla domanda aggregata esercitata dalla moneta. Un’altra caratteristica comune delle analisi ortodosse è l’uso diffuso dell’indice dei prezzi come un indice dell’inflazione. Eppure, ci sono aumenti nei prezzi di mercato che conducono semplicemente alla nuova distribuzione di reddito senza modificare il potere acquisitivo della moneta, che mostra chiaramente quanto sia inaffidabile misurare l’inflazione come un aumento persistente dei prezzi microeconomici.

L’approccio teorico quantico all’inflazione implica un cambio radicale rispetto all’analisi tradizionale. Partendo dall’identità fra l’offerta globale (S) e la domanda globale (D), viene dimostrato che una differenza numerica fra questi due termini sorge quando l’accumulazione del capitale e l’ammortamento sono effettuati in un sistema dei pagamenti nel quale non viene fatta alcuna distinzione fra la moneta, il reddito e il capitale fisso. L’odierno processo patologico dell’accumulazione del capitale e l’ammortamento sono anche la causa di una preoccupante crescita della disoccupazione involontaria, cioè di una situazione nella quale la disoccupazione sorge “qualunque sia il comportamento di tutti gli agenti economici” (Bradley 2003: 399). Come suggerito da Wicksell, l’accumulazione patologica del capitale e la sovra-accumulazione porta alla caduta del tasso naturale di interesse. Quando il tasso naturale è molto vicino o eguale al tasso di interesse di mercato, prende piede la deflazione, e l’economia comincia a soffrire sia di un aumento inflazionistico dei prezzi sia di una crescita deflazionistica della disoccupazione. La coesistenza di inflazione (D > S) e deflazione (D < S) è una caratteristica dell’odierno disordine monetario. L’analisi tradizionale non può fornirne la spiegazione né riconciliare questi due disequilibri con l’identità logica di Keynes (D ≡ S). Eppure questo è precisamente ciò che va fatto. L’approccio teorico quantico di Schmitt conduce a questa riconciliazione dialettica in un’analisi realmente macroeconomica dell’inflazione e della disoccupazione.

Da un punto di vista monetario, l’economia è una scienza con le sue proprie leggi logiche. Lo scopo della teoria economica è di determinare quali siano queste leggi e di mostrare come possano essere concretizzate. L’analisi del capitale fornisce un chiaro esempio del modo in cui queste leggi lavorano. In particolare, essa ci aiuta a comprendere quali conseguenze devastanti possano derivare dal fallimento nel rispettarle. Prendiamo, come esempio, la legge secondo la quale un reddito viene distrutto quando è speso per l’acquisto finale del prodotto. Se l’investimento dei profitti prende posto in un modo tale che i profitti sono spesi (sul mercato del lavoro) per l’acquisto finale dei beni capitale, il risultato è la formazione di un nuovo deposito. Invece di essere distrutti, i profitti riappaiono nella forma di salario e definiscono un nuovo deposito immediatamente disponibile sul mercato finanziario. Questa sorta di duplicazione è il segno di un’anomalia che inevitabilmente conduce all’inflazione non appena i beni capitale-fisso entrino nel processo di produzione e che l’ammortamento venga introdotto. Uno dei grandi meriti di Bernard Schmitt è di aver mostrato che nel suo stato patologico il sistema economico si suddivide in tre settori e che più il terzo settore si espande maggiore è il pericolo di deflazione e di disoccupazione. Secondo l’intuizione di Wicksell, nello stato patologico il capitale si accumula fino a raggiungere un punto in cui il tasso naturale di interesse cade al di sotto del tasso di mercato. Da allora in poi, i profitti derivanti dall’ammortamento non possono più essere investiti nella produzione di nuovi beni capitale e questo scatena un processo che alla fine conduce alla disoccupazione involontaria.

Lo afferma chiaramente Ono: “[L]’attuale prosperità dell’economia neoclassica ha condotto alla situazione nella quale anche fenomeni keynesiani quali la disoccupazione e la stagnazione vengono analizzati completamente nello schema neoclassico dell’equilibrio” (Ono 1994: 1, traduzione nostra). Di certo, la disoccupazione e la stagnazione sono fenomeni keynesiani solamente nel senso che essi sono il fulcro della teoria di Keynes. In quanto manifestazioni patologiche dei nostri sistemi economici, esse non sono più keynesiane che neoclassiche o neoricardiane. Il problema reale è perciò quello di stabilire quale teoria sia più adatta a spiegare la natura di queste patologie. Ora, se può esserci poco dubbio circa l’inadeguatezza dell’analisi della stagnazione proposta da quegli economisti che attribuiscono la ristrettezza di domanda effettiva alle “rigidità di prezzo o di salario o imperfezioni di mercato” (p. vi) o che “insistono sul fatto che i lavoratori sono disoccupati a causa della loro propria preferenza” (p. vi), è altrettanto arduo credere che la disoccupazione e la persistente stagnazione possano essere spiegate in termini di equilibrio e velocità d’aggiustamento. Se è vero che il tasso di interesse gioca un ruolo nella genesi della deflazione, questo non può essere mostrato inserendo la teoria di Keynes in uno schema neoclassico, anche se questo viene fatto sostituendo due postulati fondamentali dell’analisi neoclassica. E’ giunto il tempo di abbandonare l’approccio Walrasiano e tutte le interpretazioni neoclassiche dell’analisi monetaria di Keynes e di affrontare la vera origine delle anomalie che ostacolano lo sviluppo delle nostre economie.

L’analisi positiva stabilisce i principi della riforma necessaria a conseguire l’obiettivo stabilito dall’analisi normativa, cioè la creazione di un sistema economico libero da ogni patologia monetaria. Lo sviluppo della contabilità a partita doppia – reso possibile dalla scoperta dei numeri negativi – è all’origine della moneta bancaria e rappresenta la pietra miliare dell’attuale sistema dei pagamenti. Ricardo (1951-55) è fra gli economisti che hanno contribuito maggiormente alla comprensione della moneta bancaria. Si deve all’economista anglo-portoghese, ad esempio, la distinzione fra la creazione di moneta e l’intermediazione finanziaria. Sostituendo i concetti di Smith di moneta nominale e reale (Smith, 1991), Ricardo fu capace di mostrare che, mentre la moneta nominale è letteralmente creata, la moneta reale (reddito) deriva dalla produzione, il ché spiega il motivo per il quale il credito deve essere motivato da una intermediazione finanziaria anziché essere erroneamente identificato con la creazione della moneta. La teoria monetaria della produzione di Keynes contribuì ulteriormente a migliorare l’analisi monetaria, mentre ai banchieri dovrebbe essere riconosciuto il merito di aver migliorato radicalmente il funzionamento del sistema monetario mediante la realizzazione di una struttura di clearing interbancario che regola i pagamenti interbancari. Ciò che realmente importa è fornire una solida struttura monetaria nella quale la moneta svolga un ruolo in conformità con la sua propria natura (bancaria).

I disordini monetari sono causati dal fallimento, nel presente sistema dei pagamenti, nel rispettare le regole logiche della moneta bancaria. L’approccio macroeconomico all’economia monetaria si caratterizza per il bisogno di riconsiderare il ruolo svolto dalla struttura dei pagamenti monetari nel processo di accumulazione del capitale. E’ giunto il tempo di muovere l’attenzione da considerazioni comportamentali al funzionamento della struttura monetaria che sottostà all’intera attività economica. Questo non significa, di certo, che la microeconomia debba essere lasciata da parte. Al contrario, le analisi delle decisioni imprenditoriali e di politica economica continuerebbero ad essere elaborate in termini microeconomici. Esse dovrebbero tuttavia rispettare la struttura logica rappresentata dalle leggi di macroeconomia monetaria. Gli agenti economici dovrebbero essere completamente liberi di prendere decisioni e la teoria microeconomica può aiutarli a scegliere nel modo più profittevole. L’assenza dei disordini monetari, tuttavia, non dipende dalla natura di queste decisioni, ma dal rispetto logico del sistema dei pagamenti verso le leggi della macroeconomia monetaria. E’ perciò possibile distinguere il campo della macroeconomia da quello dell’analisi microeconomica. E’ anche possibile chiarire la relazione esistente fra questi due approcci complementari e dimostrare che, contrariamente alla comune convinzione, la macroeconomia non può essere considerata come la mera aggregazione delle variabili microeconomiche. La macroeconomia è una scienza a sé stante. Essa definisce un insieme di regole logiche che devono essere rispettate dal sistema dei pagamenti (nazionali e internazionali) al fine di evitare completamente i disordini monetari. L’analisi quantica della moneta affronta questo specifico aspetto e mostra che, a livello nazionale, i disordini monetari possono essere propriamente sradicati solamente mediante una riforma del sistema bancario basata sulla distinzione strutturale fra dipartimenti monetario, finanziario e del capitale fisso.

 

Bibliografia

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