Manifesto

Lugano, Svizzera, dicembre 2011

MANIFESTO PER LO SVILUPPO E LA DIFFUSIONE DELLA

MACROECONOMIA QUANTICA

Per quanto strano possa sembrare, all’inizio del XXI secolo la maggioranza degli economisti persiste nel considerare la moneta come un elemento marginale se non addirittura trascurabile della teoria economica. Gli insegnamenti dei grandi autori classici e di Keynes per quanto riguarda il sistema monetario sono rimasti in gran parte lettera morta e sono ancora rari i tentativi di spiegare il funzionamento del sistema economico partendo proprio dal concetto di moneta. Eppure a nessuno sfugge che le nostre economie sono eminentemente monetarie. Gli stessi squilibri che tanto gravemente oggi le colpiscono sarebbero inspiegabili se le variabili prese in considerazione fossero unicamente reali.

Con l’aggravarsi della crisi economica va sempre più diffondendosi lo scetticismo nei riguardi delle soluzioni proposte dagli economisti, la cui credibilità sembra essere inversamente proporzionale alla complessità dei modelli cui fanno riferimento. La fondamentale dicotomia tra la sfera reale e quella monetaria sulla quale questi modelli sono basati li allontana irrimediabilmente dalla realtà dei fatti, palesandone l’intrinseca vacuità. Intendiamoci: da un punto di vista matematico-formale molti di questi modelli sono sicuramente degni d’interesse; è il loro valore esplicativo in campo economico che non trova conferma, né teorica, né pratica.

In questo contesto è sicuramente giustificato il tentativo di ricostruire la teoria economica partendo dal processo d’integrazione tra emissione monetaria e produzione di beni e servizi. L’analisi sviluppata negli ultimi quarant’anni da Bernard Schmitt mostra come la scienza economica sia effettivamente in grado di contribuire a risolvere i problemi che incontrano i nostri sistemi economici, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale. Nella sua analisi quantica della moneta, la produzione è concepita come un’emissione, un evento istantaneo attraverso il quale il prodotto fisico assume forma monetaria ed è emesso in un “istante temporale”. Infatti, il concetto di “emissione” è conforme ai pagamenti monetari, essendo emessa la moneta in un movimento circolare che implica la sua creazione e la sua simultanea distruzione contabile.

Per comprendere l’essenza dell’analisi di Schmitt, è necessario partire dall’unica concezione della moneta compatibile con il funzionamento del sistema bancario e dell’intero sistema economico: quella contabile.

Emessa dalle banche come forma (o misura) essenzialmente numerica della produzione, la moneta non è né una merce, né un semplice ‘velo’. La sua esistenza è quella delle stesse merci con le quali è associata e con le quali si identifica. Ed è proprio perché la moneta è una forma numerica di cui le merci sono il contenuto, che la produzione può essere definita numericamente. Integrandosi alla produzione, la moneta ne fornisce l’espressione del valore. Simultaneamente, sono le stesse merci prodotte che, in quanto contenuto della moneta, ne definiscono il potere d’acquisto. Se moneta e prodotto non si identificassero, non potrebbero essere espressi né il valore delle merci, né il potere d’acquisto della moneta. Ma allora, venendo a mancare ogni punto di riferimento, sarebbe impossibile definire qualsiasi squilibrio monetario.

L’integrazione tra moneta e produzione fornisce il punto di riferimento necessario per definire qualsiasi squilibrio monetario. Una volta definito il potere d’acquisto della moneta, diventa possibile parlare delle sue variazioni e cercarne le cause. Inflazione e deflazione sono squilibri ben più complessi di quanto sia spesso dato di pensare. Molte sono le confusioni tra concetti solo apparentemente simili e che, quindi, dovrebbero essere rigorosamente distinti l’uno dall’altro, come, ad esempio, i fenomeni economici quali l’aumento del costo della vita e la crescita dell’inflazione. E ancora più numerose sono le supposte cause delle due patologie e i rimedi che vengono via via proposti. Ripetutamente smentite dai fatti, le analisi tradizionali sembrano essere destinate a rincorrerli in eterno, nella vana speranza di giustificare per lo meno se stesse. Per uscire da questo vicolo cieco, bisogna abbandonare il tentativo di spiegare inflazione e deflazione partendo dal comportamento degli agenti economici. L’approccio microeconomico non è in grado di fornire una chiave di lettura di fenomeni eminentemente macroeconomici, che richiedono l’elaborazione di concetti in grado di spiegare le leggi dell’intero sistema economico, in modo sistemico. Queste leggi, che forniscono il quadro in cui operano i diversi agenti economici e che sono di natura strutturale, non possono dipendere dal comportamento. Al contrario, in assenza di queste leggi gli stessi comportamenti non potrebbero neppure essere valutati. Ora, le sole leggi propriamente economiche sono quelle derivanti dalla natura della moneta. Per svelarle è quindi indispensabile partire dall’analisi della moneta bancaria e dalle operazioni ch’essa è chiamata a svolgere.

L’analisi monetaria della produzione e della circolazione ci fornisce gli elementi per la costruzione di una vera e propria teoria macroeconomica fondata su criteri obiettivi. L’oggetto d’indagine di questa teoria non è il comportamento economico degli individui o dei loro gruppi, ma la struttura monetaria che costituisce il sistema-quadro all’interno del quale gli individui e i loro gruppi operano. Il sistema monetario è retto da un insieme di leggi la cui natura è eminentemente logica e alle quali la struttura contabile dei nostri sistemi bancari deve adattarsi. Così concepita, la teoria economica appartiene al novero delle scienze esatte, anche se il suo campo d’indagine è ben più modesto di quello delle sue quotate consorelle. D’altronde è proprio perché il suo obiettivo è limitato che è ragionevole pensare che si potrà presto arrivare ad averne una conoscenza approfondita e univoca: essendo stato creato dall’uomo, il sistema economico non è al di fuori della portata delle sue capacità cognitive.

L’analisi monetaria trova applicazione anche nell’ambito delle transazioni internazionali. Cambiando il contesto, cambia anche la natura dei problemi, ma la natura della moneta rimane invariata. A differenza di quanto succede all’interno dei singoli paesi, a livello internazionale non è però ancora possibile parlare dell’emissione monetaria come di un dato di fatto. Malgrado alcuni coraggiosi tentativi di dare al mondo un’unità di conto e strumenti di pagamento come il bancor pensato da Keynes, per il momento non esiste nessuna istituzione che abbia come compito l’emissione contabile della forma comune dei pagamenti internazionali. L’assenza di un sistema bancario analogo a quello esistente a livello nazionale fa sì che le disfunzioni monetarie si manifestino in maniera più evidente e che la loro analisi sia spesso (ma non sempre) più agevole.

Un concetto essenziale per la comprensione dei problemi inerenti ai pagamenti internazionali è quello di nazione. Ancora oggi non sono rari gli economisti che confondono la nazione, o paese, con lo Stato o con la somma dei suoi residenti. Così come la macroeconomia non sarebbe altro che la risultante dell’aggregazione delle situazioni microeconomiche, vero fondamento della scienza economica, la nazione sarebbe riconducibile alla mera totalità dei suoi residenti. Se così fosse, il concetto di nazione sarebbe ben poca cosa e si concretizzerebbe in una sorta di costruzione artificiale priva di contenuto reale: la nazione esisterebbe solo sulla carta e la sua esistenza non potrebbe avere alcuna conseguenza pratica. L’analisi monetaria dimostra invece che la nazione corrisponde all’insieme dei suoi residenti e che, come tale, ha un’esistenza propria, della quale è necessario tenere conto se si vuole evitare di introdurre gravi anomalie nel sistema dei pagamenti internazionali.

Da decenni gli economisti rincorrono il sogno di poter disporre di un sistema di cambi fissi, unanimemente considerato come il sistema migliore per incoraggiare lo sviluppo delle transazioni internazionali. Il ripetuto tentativo di creare un tale sistema (il gold standard, gli accordi di Bretton Woods, il sistema monetario europeo), non è però mai stato coronato dal successo. Immancabilmente, ci si è visti costretti ad accettare un sistema in cui i cambi sono lasciati (più o meno) liberi di fluttuare e nel quale l’incertezza e la speculazione contribuiscono ad accentuare il disordine monetario. È dunque di vitale importanza chiedersi come mai i cambi fissi si siano ripetutamente dimostrati inaccessibili ai nostri sistemi dei pagamenti internazionali. La risposta è facile: per poter disporre di un sistema ‘naturale’ di cambi fissi è necessario che nessuna moneta venga trasformata in oggetto di scambio. Fino a quando le monete saranno identificate con degli attivi netti, esse verranno scambiate le une contro le altre, in un sistema di cambi relativi sintomatico della loro intrinseca instabilità. Un sistema di cambi ‘naturalmente’ fissi è un sistema in cui i pagamenti internazionali non alimentano nessun mercato sul quale le monete vengono comperate e vendute come fossero merci particolari. Passare dai cambi relativi a quelli assoluti significa passare dall’instabilità alla stabilità dei cambi, perché significa togliere definitivamente le monete dal mercato.

Un altro interessante campo d’applicazione della teoria monetaria è rappresentato dallo studio del problema del debito estero. Come nel caso dell’inflazione e della deflazione, l’analisi tradizionale è incapace di darne una spiegazione soddisfacente. Analogamente a quanto avviene per i due squilibri interni, il problema del debito estero sembra poter essere facilmente attribuito a fattori reali legati al comportamento degli agenti economici. L’eccessivo indebitamento di un paese deriverebbe essenzialmente dal fatto di avere troppo a lungo vissuto al di sopra delle proprie possibilità, ottenendo prestiti che hanno oramai raggiunto livelli troppo elevati per poter essere rimborsati. Alcune istituzioni internazionali hanno favorito il diffondersi di questo giudizio, attribuendo agli stessi paesi indebitati la responsabilità della situazione di crisi nella quale si erano venuti a trovare. Sebbene questo giudizio sia poi stato modificato e la responsabilità ripartita tra i paesi indebitati e i paesi creditori, l’analisi del problema è sempre stata fondata sulle decisioni adottate dai vari gruppi di persone implicate nella formazione e nel servizio del debito.

In fondo, il debito estero è quasi sempre stato considerato alla stregua dei debiti contratti tra residenti di un unico paese, dimenticando che l’esistenza di uno spazio monetario comune a livello internazionale è ancora estranea alla nostra realtà. Proiettandosi in una realtà al di là da venire, gli economisti suppongono che il mondo disponga di un vero sistema dei pagamenti internazionali e che l’omogeneità monetaria sia un dato di fatto anche a livello internazionale. Se così fosse, il problema del debito sarebbe unicamente di natura finanziaria e sarebbe perfettamente corretto analizzare quello estero nello stesso modo in cui si analizzano quelli interni. Sfortunatamente, il sistema dei pagamenti di cui disponiamo oggi a livello internazionale è ancora carente e l’omogeneità monetaria un obiettivo al di fuori della sua portata. In queste condizioni, il problema del debito estero non è unicamente di natura finanziaria, ma anche monetaria.

La crisi economico-finanziaria nella quale oggi si dibattono numerosi paesi, dai meno ai più sviluppati, potrà essere sradicata solo dopo averne scoperto le cause strutturali, ossia quelle che hanno origine nel sistema dei pagamenti nazionali e internazionali. Le misure suggerite finora si limitano al tentativo, peraltro infruttuoso, di arginarne l’espansione. Si tratta quasi unicamente di misure che riguardano le manifestazioni più evidenti della crisi, i suoi sintomi. Ciò che è però ancora più urgente fare è elaborare una diagnosi che, individuandone la cause profonde, consenta di intervenire preventivamente impedendone la formazione stessa. Questo è quanto ci si aspetta dall’analisi economica ed è quanto si prefigge la macroeconomia quantica che, oltre a spiegare i meccanismi all’origine della crisi, suggerisce i rimedi strutturali -ad esempio riforme dei sistemi dei pagamenti nazionali e internazionali- che ci permetteranno di liberarcene prima che conduca a un peggioramento delle condizioni economiche tale da esacerbare le tensioni sociali e innescare una spirale di violenza foriera di derive dittatoriali.

.

Bernard Schmitt, Université de Fribourg, Université de Bourgogne

Alvaro Cencini, Università della Svizzera italiana

Sergio Rossi, Université de Fribourg

.

Oliver Simon Baer, Université de Fribourg

Jean-Luc Bailly, Université de Bourgogne

Edoardo Beretta, Università della Svizzera italiana

Xavier Bradley, Université de Bourgogne

Andrea Carrera

José Cerqueira, University of Angola

Cristophe Chabin, Paris

Taieb Chtioui, Université d’El Manar (Tunisie)

Mauro Citraro, Scuola Universitaria Professionale della Svizzera italiana

Marcello Corti, Ufficio federale di statistica

Niklas Damiris, University of Stanford

Curzio De Gottardi, Banca dello Stato del Canton Ticino

Marco Desogus, Università della Svizzera italiana

Guy Devillebichot, Université de Toulouse 1

Igor Franchini, Università della Svizzera italiana

Claude Gnos, Université de Bourgogne

Pierre Gueneau, Paris

Edouard Maciejewski, Former IMF Assistant Director and Mission Chief

Pierre Piégay, Université de Bourgogne

Nadia Piffaretti, The World Bank

Maurizio Rotanzi, Università della Svizzera italiana

Julián Sánchez, Autonomous University of Madrid

Carol Theal, Università della Svizzera italiana

Joseba Felix Tobar-Arbulu, Euskal Herriko Unibertsitatea (Universidad del País Vasco)

Jean Tramuset, Paris